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    31 March

    Stanchezza

     
    Quello che c'è in me è soprattutto stanchezza
    non di questo o di quello
    e neppure di tutto o di niente:
    stanchezza semplicemente, in sé,
    stanchezza.
    La sottigliezza delle sensazioni inutili,
    le violente passioni per nulla,
    gli amori intensi per ciò che si suppone in qualcuno,
    tutte queste cose -
    queste e cio' che manca in esse eternamente -
    tutto ciò produce stanchezza,
    questa stanchezza,
    stanchezza.
    C'è senza dubbio chi ama l'infinito,
    c'è senza dubbio chi desidera l'impossibile,
    c'è senza dubbio chi non vuole niente -
    tre tipi di idealisti, e io nessuno di questi:
    perchè io amo infinitamente il finito,
    perchè io desidero impossibilmente il possibile,
    perchè voglio tutto, o ancora di più, se può essere,
    o anche se non può essere...
    E il risultato?
    Per loro la vita vissuta o sognata,
    per loro il sogno sognato o vissuto,
    per loro la media fra tutto e niente, cioè la vita...
    Per me solo una grande, una profonda,
    e, ah, con quale felicità, infeconda stanchezza,
    una supremissima stanchezza,
    issima, issima, issima,
    stanchezza...
    Alvaro de Campos, Poesie
    30 March

    Ancora una volta stupore ed emozione

    PACE 


    l'immenso soffio dell'oceano
    mi spinge via con se a naufragare
    su spiagge chiare
    a un passo dalla vita muoiono
    conchiglie e nelle orecchie ancora il mare

    s'arrampicano in cima con quei ginocchi secchi
    e tutto il mondo giù respirano
    si fanno roccia
    e al sole un'altra volta guardano
    poi chiudono per sempre gli occhi gli stambecchi

    e io ti chiedo perdono se
    fratello a volte tu mi hai fatto male
    io non potevo essere come te
    un mago un angelo immortale

    pace a noi che abbiamo avuto tanto
    da smarrir la luce della semplicità
    quando poi si nasce e il primo grido e' un pianto
    e il bambino e' un uomo
    che il suo nome 
    non sa dire mai

    nel buio della terra aspettano
    finché lassù una notte più irreale
    come in una cattedrale
    nell'aria antica cantano
    per una sola estate le cicale

    Virgilio cadde mentre era in volo sopra un prato
    e le sue ali non si aprirono
    guida di quei poeti
    che un giorno si smarrirono
    lui si che mi trattò da uomo e adesso e' andato

    ed anche noi ci lasciamo qui
    Cucaio e non dobbiamo dirci niente
    ci serve pure di arrivare qui
    per ripartire nuovamente

    pace a me che non so amare ancora
    ciò che ho e non so non amar quel che non ho
    fermo sull'abisso tra il rischio e la paura
    cosa non mi uccise
    mi lasciò la forza
    di vivere

    pace a te per quello che mi hai dato
    e per tutto ciò che tu non mi desti mai
    e così da solo un cuore l'ho trovato
    forse un mondo uomo
    sotto un cielo mago
    forse me

     

    Grazie Clà..

    25 March

    Liberazione

     
    "L'uomo eccellente è l'uomo impegnato risolutamente nel processo della liberazione.
    Una doppia liberazione di se stesso e degli altri.
    E' insomma un uomo altamente responsabile
    che capisce che la salvezza degli altri dipende dalla propria salvezza e viceversa."
     
    Ebènèzer Njoh Mouelle

    Ossessioni

     

    Obsession

    Grands bois, vous m'effrayez comme des cathédrales;
    Vous hurlez comme l'orgue; et dans nos coeurs maudits,
    Chambres d'éternel deuil où vibrent de vieux râles,
    Répondent les échos de vos De profundis.

    Je te hais, Océan! tes bonds et tes tumultes,
    Mon esprit les retrouve en lui; ce rire amer
    De l'homme vaincu, plein de sanglots et d'insultes,
    Je l'entends dans le rire énorme de la mer

    Comme tu me plairais, ô nuit! sans ces étoiles
    Dont la lumière parle un langage connu!
    Car je cherche le vide, et le noir, et le nu!

    Mais les ténèbres sont elles-mêmes des toiles
    Où vivent, jaillissant de mon oeil par milliers,
    Des êtres disparus aux regards familiers.

     

    Ossessione

    Voi mi atterrite, immensi boschi, come                                                                                                                                         se foste cattedrali. Quando urlate                                                                                                                                                  come l'organo, l'eco vi risponde                                                                                                                                                    dei vostri de profundis risonanti                                                                                                                                                   nei nostri cuori maledetti, camere                                                                                                                                                d'eterno lutto in cui rantoli antichi                                                                                                                                                vibrano. Ti detesto, Oceano! in sè                                                                                                                                         ritrova le tempeste e i tuoi tumulti                                                                                                                                                il  mio spirito; quell'amaro riso                                                                                                                                              dell'uomo vinto, pieno di singhiozzi                                                                                                                                              e d'insulti, lo ascolto nell'enorme                                                                                                                                                riso del mare. E come ti amerei,                                                                                                                                            Notte, se non ci fossero le stelle                                                                                                                                                  a parlare un linguaggio luminoso                                                                                                                                                  e conosciuto! - Perché cerco il vuoto                                                                                                                                          e il nero e il nudo. - Ma le stesse tenebre                                                                                                                                     son tele dove vivono, a migliaia                                                                                                                                           sorgenti dalla mia pupilla,                                                                                                                                                  familiare sguardo, ormai scomparsi.

    Charles Baudelaire, I fiori del male

     

    22 March

    il Dolore e la Gioia

     

    Quando nacque il mio Dolore..

    Quando nacque il mio Dolore lo circondai di cure, e
    lo vegliai con amorosa tenerezza.
    E il mio Dolore crebbe come tutte le cose viventi,
    forte e bello e incantevole.
    E ci amavamo l’un l’altro, il mio Dolore ed io, e
    avevamo il mondo intorno a noi; perchè il Dolore aveva
    un cuore colmo di benevolenza, e il mio cuore era
    colmo di benevolenza verso il Dolore.
    E quando parlavamo, il mio Dolore ed io, i nostri
    giorni erano alati e le nostre notti avvolte nei sogni,
    perchè il Dolore aveva una lingua eloquente, e la mia
    lingua era eloquente verso il Dolore.
    E quando cantavamo insieme, il mio Dolore ed io, i
    nostri vicini sedevano presso la finestra ad ascoltare,
    perchè i nostri canti erano profondi come il mare e le
    nostre melodie piene di stane memorie.
    E quando passeggiavamo insieme, il mio Dolore ed
    io, gli altri ci rivolgevano sguardi benevoli e mormoravano
    parole di straordinaria dolcezza. E c’erano quelli
    che ci lanciavano occhiate invidiose, perchè il Dolore
    era nobile, e io andavo fiero del Dolore.
    Ma il mio Dolore morì, come tutte le cose viventi, e
    io sono rimasto solo, a riflettere e meditare.
    E ora quando parlo le mie parole cadono pesanti nel
    mio orecchio.
    E quando canto le mie canzoni i vicini non vengono
    ad ascoltare.
    E quando cammino per la strada nessuno mi guarda.
    Solo nel sonno odo voci che compassionevoli dicono:
    “Guarda, qui giace l’uomo il cui Dolore è morto”.

     

    E quando nacque la mia gioia..

    E quando nacque la mia Gioia, la presi tra le braccia
    e salendo sul tetto di casa presi a gridare: “Venite,
    miei vicini, venite a vedere, perchè in questo giorno mi
    è nata la Gioia. Venite a vederla, come ride felice nel
    sole”.
    Ma nessuno dei vicini venne a vedere la mia Gioia, e
    grande fu il mio stupore.
    E ogni giorno per sette lune proclamai la mia Gioia
    dal sommo della casa - e tuttavia nessuno mi diede
    ascolto. E la mia Gioia ed io eravamo soli e nessuno
    veniva a farci visita o cercava la nostra compagnia.
    Allora la mia Gioia divenne pallida e debole perchè
    nessun cuore all’infuori del mio possedeva la sua grazia
    amorosa e nessun’altra bocca baciava le sue labbra.
    E la mia Gioia morì di solitudine.
    E ora ricordo la mia defunta Gioia solo ricordando
    il mio defunto Dolore. Ma il ricordo è una foglia
    d’autunno che mormora un istante nel vento e poi non si
    ode più.

    Kahlil Gibran, Il Folle 

     

     

    ..Se il tuo cuore batte il ritmo della tristezza ascolta quel suono ma non lasciarti sedurre da esso, la musica della gioia è una sinfonia molto più dolce ed esiste. In qualche angolo remoto dell'universo, sotto le sabbie della nostalgia e della memoria il suo tamburo batte anche per te..

    17 March

    Pausa di disintossicazione!

     
    ..Concedetemi per l'ennesima volta il lusso di sparire.. scusate, devo disintossicarmi.. non ne posso davvero più dei pomeriggi passati davanti a questo schermo a fingere di parlare finendo poi per non dire niente, a fingere di raccontarvi di me e di conoscere voi.. sì lo so, è comodo, ma davvero credete che possa "sapervi" senza poter vedere le espressioni dei vostri visi, i sorrisi, gli angoli della bocca che scivolano "di qua di là di su di giù", senza poter ascoltare i sonagli delle vostre risate nè tenervi per mano o stringervi in un abbraccio? Mi dispiace, non ci riesco! La verità è che su quella fottutissima chat non si riescono ad organizzare uscite senza andare in confusione, non ci si può chiarire se non ci si è capiti ed è estremamente facile non capirsi, non c'è nessun gusto a confidarsi, le battute difficilmente fanno ridere di pancia, gli smile non aiutano a capire le emozioni e ci si illude solo di conoscersi meglio!
    Sarò antica ma ho desiderio di voi in carne ed ossa, in incroci di sguardi e parole che suonino nelle orecchie..
    Ho bisogno anche di tempo per me e per la mia solitudine, per i mille libri posati da troppo sul mio comodino, i diecimila film che non ho mai visto e le passeggiate che questa primavera chiede a gran voce; perciò stacco. Mi prendo un bel periodo di riflessione e per un pò non mi troverete più in linea sul malefico msn.. no, non sarò banalmente invisibile, quindi calcolate che qualsiasi messaggio non in linea probabilmente non arriverà mai a destinazione! Scusatemi davvero, ma capitemi: non prendo neanche il caffè tutte le mattine perchè non potrei sopportare che diventi un'abitudine, odio dipendere perfino dalle persone figurarsi da una tastiera.. perchè lo devo ammettere: ormai è una dipendenza bella e buona! Avreste un altro modo per spiegare il fatto che non posso parlare con mia madre e mio padre perchè sto davanti al pc.. a chattare con qualcuno che potrei vedere per una birra? Direi che la situazione è grave, non credete?
    E poi volete mettere con il gusto di sentirsi coccolati? Di sapere che se stiamo parlando non è semplicemente perchè ci siamo incrociati in linea e se non c'ero io ma un altro andava bene lo stesso, ma perchè mi avete proprio cercato, perchè volevate parlare con me e sapere come stavo e che combinavo? Gli incroci causali e probabilmente non voluti mi hanno stancata, soffro di un egoistico bisogno di essere desiderata (e di un altruistica esigenza di desiderare..)
    In fondo, miei cari, avete tutti il mio numero di cellulare nonchè di casa, perciò telefonate, telefonate, telefonatete! Astenersi perditempo (inclusi tutti quelli che non hanno davvero voglia di vedermi e di parlarmi)
    E, vi prego, andiamoci a prendere questa benedetta birra! (Ma, vi confiderò un segreto.. per voi e solo per voi accetterei perfino la scusa di un caffè! Animoticon
    11 March

    No comment

    per rendere felice una donna

     

    ..Occorre forse aggiungere altro?

    10 March

    La biblioteca di Babele

     

    La biblioteca di Babele

    "L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d'un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato', coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d'una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un'altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscola. Uno permette di dormire in piedi; l'altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che s'inabissa e s'innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l'infinito... La luce procede da frutti sferici che hanno il nome d lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. L luce che emettono è insufficiente, incessante. Come tutti gli uomini della Biblioteca, in gioventú io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non posso decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall'esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno pietose che mi gettino fuori della ringhiera; mia sepoltura sarà l'aria insondabile; il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita. Io affermo che la Biblioteca è interminabile. Gli idealisti argomentano che le sale esagonali sono una forma necessaria dello spazio assoluto o' per lo meno della nostra intuizione dello spazio. Ragionano che è inconcepibile una sala triangolare o pentagonale. (1 mistici tendono di avere, nell'estasi, la rivelazione d'una camera circolare con un gran libro circolare dalla costola continua che fa il giro completo delle pareti; ma la loro testimonianza è sospetta; le loro parole, oscure. Questo libro ciclico è Dio). Mi basti, per ora, ripetere la sentenza classica: " La Biblioteca è una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono, e la cui circonferenza è inaccessibile". A ciascuna parete di ciascun esagono corrispondono cinque scaffali; ciascuno scaffale contiene trentadue libri di formato uniforme; ciascun libro è di quattrocentodieci pagine; ciascuna pagina, di quaranta righe; ciascuna riga, quaranta lettere di colore nero. Vi sono anche delle lettere sulla costola di ciascun libro; non, però, che indichino o prefigurino ciò che diranno le pagine. So che questa incoerenza, un tempo, parve misteriosa. Prima d'accennare soluzione (la cui scoperta, a prescindere dalle sue tragiche proiezioni, è forse il fatto capitale della storia) voglio rammentare alcuni assiomi. Primo: La Biblioteca esiste ab aeterno. Di questa verità, il cui corollario immediato è l'eternità futura del mondo, nessuna mente ragionevole puo' dubitare. L'uomo, questo imperfetto bibliotecario, può essere opera del caso o di demiurghi malevoli; l'universo, con la sua elegante dotazione di scaffali, di tomi enigmatici, di infaticabili scale per il viaggiatore e di latrine per il bibliotecario seduto, non può essere che l'opera di un dio. Per avvertire la distanza che c'è tra il divino e l'umano, basta paragonare questi rozzi, tremuli simboli che la mia fallibile mano sgorbia sulla copertina d'un libro, con le lettere organiche dell'interno: puntuali, delicate, nerissime, inimitabilmente simmetriche. Secondo: Il numero dei simboli ortografici è di venticinque. Questa constatazione permise, or sono tre secoli, di formulare una teoria generale della Biblioteca e di risolvere soddisfacentemente il problema che nessuna congettura aveva permesso di decifrare: la natura informe e caotica di quasi tutti i libri. Uno di questi, che mio padre vide in esagono del circuito quindici novantaquattro, constava le lettere M C V, perversamente ripetute dalla prima all'ultima riga. Un altro (molto consultato in questa zona) è mero labirinto di lettere, ma l'ultima pagina dice Ob tempo le tue piramidi. E' ormai risaputo: per una riga ragionevole, per una notizia corretta, vi sono leghe di insensate cacofonie, di farragini verbali e di incoerenze. (So d'una regione barbarica i cui bibliotecari ripudiano la superstiziosa e vana abitudine di cercare un senso nei libri, e la paragonano a quella di cercare un senso nei sogni o nelle linee caotiche della mano... Ammettono che gli inventori della scrittura imitarono i venticinque simboli naturali, ma sostengono che questa applicazione è casuale, e che i libri non significano nulla di per sé. Questa affermazione, lo vedremo, non è del tutto erronea). Per molto tempo si credette che questi libri impenetrabili corrispondessero a lingue preterite o remote. 0ra è vero che gli uomini piú antichi, i primi bibliotecari, parlavano una lingua molto diversa da quella che noi parliamo oggi: è vero che poche miglia a destra la lingua è già dialettale, e novanta piani piú sopra è incomprensibile. Tutto questo, lo ripeto, è vero, ma quattrocentodieci pagine di inalterabili M C V non possono corrispondere ad alcun idioma, per dialettale o rudimentale che sia. Altri insinuarono che ogni lettera poteva influire sulla seguente, e che il valore di MCV nella terza riga della pagina 71 non era lo stesso di quello che la medesima serie poteva avere in altra riga di altra pagina; ma questa vaga tesi non prosperò. Altri pensarono ad una crittografia; quest'ipotesi è stata universalmente accettata, ma non nel senso in cui la formularono i suoi inventori. Cinquecento anni fa, il capo d'un esagono superiore trovò un libro tanto confuso come gli altri, ma in no quasi due pagine di scrittura omogenea, verosimilmente leggibile. Mostrò la sua scoperta a un decifratone ambulante, e questo gli disse che erano scritte in portoghese; altri dissero che erano scritte in yiddish. Poté infine dopo ricerche che durarono quasi un secolo, che si trattava d'un dialetto samoiedo-lituano del guaraní, con inflessioni di arabo classico. Si decifrò anche il contenuto; nozioni di analisi combinatoria, illustrate con esempi di permutazioni a ripetizione illimitata. Questi esempi permisero a un bibliotecario di genio di scoprire la legge fondamentale della Biblioteca. Questo pensatore osservò che tutti i libri, per diversi che fossero, constavano di elementi eguali: lo spazio il punto, la virgola, le ventidue lettere dell'alfabeto. Stabilí inoltre, un fatto che tutti i viaggiatori hanno confermato non vi sono, nella vasta Biblioteca, due soli libri identici. Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò che è dato esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell'avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fede della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, l'evangelo gnostico di Basilide, il commento di questo evangelo, il commento del commento di questo evangelo, il resoconto veridico della tua morte, la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri. Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto. Non v'era problema personale o mondiale la cui eloquente soluzione non esistesse: in un qualche esagono. L'universo era giustificato, l'universo attingeva bruscamente le dimensioni illimitate della speranza. A quel tempo si parlò molto delle Vendicazioni: libri di apologia e di profezia che giustificavano per sempre gli atti di ciascun uomo dell'universo e serbavano arcani prodigiosi per il suo futuro. Migliaia di ambiziosi abbandonarono il dolce esagono natale e si lanciarono su per le scale, spinti dal vano proposito di trovare la propria Vendicazione. Questi pellegrini s'accapigliavano negli stretti corridoi, proferivano oscure minacce, si strangolavano per le scale divine, scagliavano i libri ingannevoli nei pozzi senza fondo, vi morivano essi stessi, precipitativi dagli uomini di regioni remote. Molti impazzirono... Le Vendicazioni esistono (io ne ho viste due, che si riferiscono a persone da venire, e forse non immaginarie), ma quei ricercatori dimenticavano che la possibilità che un uomo trovi la sua, o qualche perfida variante della sua, è sostanzialmente zero. Anche si sperò, a quel tempo, nella spiegazione dei misteri fondamentali dell'umanità: l'origine della Biblioteca e del tempo. È verosimile che di questi gravi misteri possa darsi una spiegazione in parole: se il linguaggio dei filosofi non basta, la multiforme Biblioteca avrà prodotto essa stessa l'inaudito idioma necessario, e i vocabolari e la grammatica di questa lingua. Già da quattro secoli gli uomini affaticano gli esagoni... Vi sono cercatori ufficiali, inquisitori. Li ho visti nell'esercizio della loro funzione: arrivano sempre scoraggiati; parlano di scale senza un gradino, dove per poco non s'ammazzarono; parlano di scale e di gallerie con il bibliotecario; ogni tanto, prendono il libro piú vicino e lo sfogliano, in cerca di parole infami. Nessuno, visibilmente, s'aspetta di trovare nulla. Alla speranza smodata, com'è naturale, successe una eccessiva depressione. La certezza che un qualche scaffale d'un qualche esagono celava libri preziosi e che questi libri preziosi erano inaccessibili, parve quasi intollerabile. Una setta blasfema suggerí che s'interrompessero le ricerche e che tutti gli uomini si dessero a mescolare lettere e simboli, fino a costruire, per un improbabile dono del caso, questi libri canonici. Le autorità si videro obbligate a promulgare ordinanze severe. La setta sparí, ma nella mia fanciullezza ho visto vecchi uomini che lungamente s'occultavano nelle latrine, con dischetti di metallo in un bossolo proibito, e debolmente rimediavano al divino disordine. Altri, per contro, credettero che l'importante fosse di sbarazzarsi delle opere inutili. Invadevano gli esagoni, esibivano credenziali non sempre false, sfogliavano stizzosamente un volume e condannavano scaffali interi: al loro furore igienico, ascetico, si deve l'insensata distruzione di milioni di libri. Il loro nome è esecrato, ma chi si dispera per i "tesori" che la frenesia di coloro distrusse, trascura due fatti evidenti. Primo: la Biblioteca è cosí enorme che ogni riduzione d'origine umana risulta infinitesima. Secondo: ogni esemplare è unico, insostituibile, ma (poiché la Biblioteca è totale) restano sempre varie centinaia di migliaia di facsimili imperfetti, cioè di opere che non differiscono che per una lettera o per una virgola. Contrariamente all'opinione generale, credo dunque che le conseguenze delle depredazioni commesse dai Purificatori siano state esagerate a causa dell'orrore che quei fanatici ispirarono. Li sospingeva l'idea delirante di conquistare i libri defl'Esagono Cremisi: libri di formato minore dei normali; onnipotenti, illustrati e magici. Sappiamo anche d'un'altra superstizione di quel tempo: quella dell'Uomo del Libro. In un certo scaffale d'un certo esagono (ragionarono gli uomini) deve esistere un libro che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l'ha letto, ed è simile a un dio. Nel linguaggio di questa zona si conservano tracce del culto di quel funzionario remoto. Molti peregrinarono in cerca di Lui, si spinsero invano nelle piú lontane gallerie. Come localizzare il venerando esagono segreto che l'ospitava? Qualcuno propose un metodo regressivo: per localizzare il libro A, consultare previamente il libro B; per localizzare il libro B, consultare previamente il libro C; e cosí all'infiníto... In avventure come queste ho prodigato e consumato i miei anni. Non mi sembra inverosimile che in un certo scaffale dell'universo esista un libro totale; prego gli dèi ignoti che un uomo - uno solo, e sia pure da migliaia d'anni! - l'abbia trovato e l'abbia letto. Se l'onore e la sapienza e la felícità non sono per me, che siano per altri. Che il cielo esista, anche se il mio posto è all'inferno. Ch'io sia oltraggiato e annientato, ma che per un istante, in un essere, la Tua enorme Biblioteca si giustifichi. Affermano gli empi che il nonsenso è normale nella Biblioteca, e che il ragionevole (come anche l'umile e semplice coerenza) è una quasi miracolosa eccezione. Parlano (lo so) della "Biblioteca febbrile' i cui casuali volumi corrono il rischio incessante di mutarsi in altri, e tutto affermano, negano e confondono come una divinità in delirio". Queste parole, che non solo denunciano il disordine, ma lo illustra. no, testimoniano generalmente del pessimo gusto e della di sperata ignoranza di chi le pronuncia. In realtà, la Biblioteca include tutte le strutture verbali, tutte le variazioni permesse dai venticinque simboli ortografici, ma non un solo nonsenso assoluto. Inutile osservarmi che il miglior volume dei molti esagoni che amministro s'intitola Tuono pettinato, un altro Il crampo di gesso e un altro Axaxaxas mló. Queste proposizioni, a prima vista incoerenti, sono indubbiamente suscettibili d'una giustificazione crittografica o allegorica; questa giustificazione è verbale, e però, ex bypothesi, già figura nella Biblioteca. Non posso immaginare alcuna combinazione di caratteri

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    che la divina Biblioteca non abbia previsto, e che in alcuna delle sue lingue segrete non racchiuda un terribile significato. Nessuno può articolare una sillaba che non sia piena di tenerezze e di terrori; che non sia, in alcuno di quei linguaggi, il nome poderoso di un dio. Parlare è incorrere in tauto-logie. Questa epistola inutile e verbosa già esiste in uno dei trenta volumi dei cinque scaffali di uno degli innumerabili esagoni - e cosí pure la sua confutazione. (Un numero n di lingue possibili usa lo stesso vocabolario; in alcune, fl simbolo biblioteca ammette la definizione corretta di sistema duraturo e ubiquitario di gallerie esagonali, ma biblioteca sta qui per pane, o per piramide, o per qualsiasi altra cosa, e per altre cose stanno le sette parole che la definiscono. Tu che mi leggi, sei sicuro d'intendere la mia lingua?) Lo scrivere metodico mi distrae dalla presente condizione degli uomini, cui la certezza di ciò, che tutto sta scritto, annienta o istupidisce. So di distretti in cui i giovani si prosternano dinanzi ai libri e ne baciano con barbarie le pagine, ma non sanno decifrare una sola lettera. Le epidemie, le discordie eretiche, le peregrinazioni che inevitabilmente degenerano in banditismo, hanno decimato la popolazione. Credo di aver già accennato ai suicidi, ogni anno piú frequenti. M'inganneranno, forse, la vecchiezza e il timore, ma sospetto che la specie umana - l'unica - stia per estinguersi, e che la Biblioteca perdurerà: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta. Aggiungo: infinita. Non introduco quest'aggettivo per un abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Chi lo giudica limitato, suppone che in qualche luogo remoto i corridoi e le scale e gli esagoni possano inconcepibilmente cessare; ciò che è assurdo. Chi lo immagina senza limiti, dimentica che è limitato il numero possibile dei libri. lo m'arrischio a insinuare questa soluzione: La Biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore la traversasse in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). Questa elegante speranza rallegra la mia solitudine.

    Mar del Plata, 1941"

     

    Jorge Luis Borges, "Finzioni"

     
    09 March

    Amami

     
    Incrociata per caso.. bellissima.. In  ritardo regalo un pensiero all'essere donna, a quest'abbondanza di emozioni, colori, profumi, a questo canto infinitamente vario e nuovo..
     
     
     Amami, e nel ricordo prendi la fionda antica

    e battimi i capelli. Mi vedrai crescere

    nera come la foresta dell'Amazzonia,

    ma se scosti i miei rami vedrai nella mia lingua

    uccelli variopinti e paradisi terrestri,

    Allora non pregare il Signore,

    perchè la dovizia del mio canto

    io l'ho rubata a lui in un giorno di distrazione.

     

    Alda Merini

    07 March

    Lettera per Davide

     

    Un ragazzo di 17 anni che un giorno decide di non farcela più, e le parole splendide e toccanti di una mia cara amica. Grazie Chiara..

     

     

    "Brevi furono i miei giorni tra voi, e ancor più brevi le parole che ho detto. Ma se la mia voce si affievolirà nel vostro orecchio e il mio amore svanirà nella vostra memoria, allora io tornerò. E con cuore più ricco e labbra più docili allo spirito, parlerò con voi. Sì, tornerò con la marea, e se anche la morte mi celasse e mi avvolgesse il silenzio più profondo, ancora cercherò il vostro ascolto. E non cercherò invano." (K. Gibran )

    Spegniamo ogni rumore o musica o parola, mettiamo a tacere ogni battito o respiro, poniamoci in ascolto. C'è un'eco fredda e straziante che percorre la città da parte a parte, che trafigge da parte a parte questa città. Mettiamoci in ascolto. Passerà il tempo, porterà via le lacrime, l'urgenza di un dolore che atterrisce, sconvolge, disorienta, continuiamo ad ascoltare. Ascoltiamo nel silenzio della notte, nel rumore delle strade, nella presenza di quelli che amiamo, nella solitudine di una preghiera. Tendiamo l'orecchio ma più ancora spalanchiamo il cuore, lasciamo che la paura lo invada, che il terrore se ne impossessi, che angoscia e orrore gli parlino, che il dolore gli sia compagno. Che sia scomposto il nostro dolore, laceri le vesti, brucino in gola le sue urla.
    "Non servono più le stelle: spegnetele anche tutte, imballate la luna, smontate pure il sole, svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco perché ormai più nulla può giovare." (Auden, Funeral Blues).
    Disumane si levino da ogni petto urla di rabbia, ci lascino sgomenti il vuoto e la disperazione, perché era, e non è più. Che al gelo di questa vita e di questa stagione muoia ogni germoglio, pieghino il gambo le rose, si spenga ogni luce, perisca ogni nota. Era e non è più.
    Sia nostro unico compagno il dolore, segni i nostri volti, si inscriva nei nostri corpi, come ferita sempre aperta o cicatrice che mai smette di dolere. Lasci segni nelle memorie ma più ancora nelle coscienze e quando saremo certi di non dimenticare, solo allora, rinascano le parole, per dare forma, comunicare, interrogarsi, condividere.
    Che nessuno di noi è privo di legami, ognuno è madre, padre, fratello, amico, che il male non risparmia nessuno, che non esiste posto dove nascondersi. A nulla vale coprire gli occhi per non vedere, nascondersi per non sapere, fuggire per sfuggire al dolore, che è sempre, in ogni luogo, e non esiste posto dove nascondersi.
    E il lutto di uno è il dolore di tutti, è la colpa che ci macchia tutti. Per ogni sguardo o parola o carezza negata, per tutte quelle volte in cui abbiamo creduto che qualcos'altro fosse più importante o serio o urgente, per ogni volta che l'indifferenza o la mancanza di coraggio o la leggerezza hanno paralizzato il nostro agire.
    "Credi al grano, alla terra, all'uomo. Ama le nuvole, le macchine, i libri ma prima di tutto ama l'uomo. Senti la tristezza del ramo che secca, dell'astro che si spegne, dell'animale ferito che rantola ma prima di tutto senti la tristezza e il dolore dell'uomo." (K. Gibran)
    Crediamo all'uomo, amiamo prima di tutto l'uomo, sentiamo prima di tutto la tristezza e il dolore dell'uomo, e non lasciamoci sorprendere da eventi come questo, non mostriamoci increduli: l'orrore più grande è la norma per chi non crede, non ama, non sente prima di tutto l'uomo.
    Che non ci scandalizzi nessuna forma di morte, nessuno dei modi con cui alcuni di noi scelgono di negare e negarsi la vita. O ci scandalizzino tutte in egual misura. Compriamo fiori bianchi per ognuno dei nostri ragazzi morti, piangiamoli tutti, ricordiamoli tutti, che non esiste una fine più degna di un'altra, né una meno dignitosa. Che è diverso il tramite, ma la ragione non cambia. Cambia il volto, non il silenzio che lascia l'assenza. Bianco. Vuoto. Eloquente. Disperante.
    Comune il dolore, ugualmente strazianti le note che canterebbe, se potesse, identica la radice. Quel cancro che ci consuma tutti, corrode legami e sentimenti, ci isola, innalzando barriere inconsistenti quanto impossibili da valicare. Barriere che contengono un dolore muto, una gioia che ignora di esistere, una forza distrutta dalla sua stessa pienezza.
    Mamme e papà, non lasciatevi confondere da queste barriere, abbiate cura dei vostri piccoli uomini rispettandone il silenzio, comprendendone le intemperanze nell'umore e nei gesti. Non tutto quello che appare è, più spesso l'apparenza cela paura, debolezza, protegge da ciò che non sappiamo affrontare. Offrite riparo ai loro corpi ma più ancora alle loro anime e lasciate che la loro vita proceda, vegliando nascostamente, con la mano tesa ad aiutare dietro ogni angolo buio.
    Insegnanti, sappiate elargire fede e amore, prima ancora della vostra sapienza. Nelle vostre mani è il futuro, consegnato dalle famiglie, da riconsegnare al destino. A nulla vale tutta la scienza del mondo se ciascuno di noi non conosce se stesso, né chi gli sta accanto. Comunicate interesse, disponibilità, apertura all'ascolto, infondete passione, per quello che si vive, per quello che si fa, per quello che si sa. Che le parole comunichino sentimenti, palpiti di vita prima ancora che conoscenze. Che si insegni a pensare, a capire, ad interrogarsi su tutto, ad esercitare la mente, per essere uomini e donne di testa e di cuore, capaci di stare al mondo, assecondandone il giusto, lottando contro l'ingiusto.
    Ragazzi, confidate nelle vostre famiglie, nei vostri maestri, nei vostri amici. Confidate in voi stessi, potenti oltre ogni vostro temuto limite. Infinito il potere, immensa la forza dentro di voi. Sia sempre vostra la consapevolezza che nessun dolore è per sempre, nessun ostacolo insormontabile, che ogni solitudine può essere accolta. E nei giorni dolenti e solitari, aggrappatevi ai sogni, alle passioni, alle vostre dorate illusioni, scacciate via le nuvole, che sempre nascondono il cammino della rinascita. Vostro è il mondo, tutto da vivere o da rifare a misura di ogni desiderabile ideale. Domandate, pretendete, urlate, ma non lasciate che nulla in voi rimanga muto, soffocato. Nessun posto è lontano purché si abbia qualcuno con cui condividere il cammino, con cui attendere che la pioggia smetta di cadere, con cui chiamare per nome le stelle della sera. Rallegratevi, soffrite, ridete e piangete generosamente e in egual misura, chè sempre gioia e dolore sono l'un l'altro compagno. Ma vivete, ogni istante pienamente, per goderlo, per cambiarlo, per ricordarlo, perchè ogni istante è vostro.

    di CHIARA PASSARELLI  

    da http://www.altromolise.it/notizia.php?argomento=e-mail&articolo=30539

     

     

    03 March

    Questo è il mondo dove vivo

    Era veramente tanto che non la ascoltavo..
     
    "Essendo un paradosso vivente nel mio egoismo credo nelle idee di condivisione, credo che un giorno
    una nuova coscienza di massa ci porti a stare tutti bene, ma so anche che ci vorrà parecchio per farlo,
    so di sicuro che io non sarò ancora in vita per vederlo. A me e a quelli come me tocca fare il possibile
    per trovare un metodo infallibile, per ritagliare dentro ‘sto macello insostenibile un'oasi vivibile a patto
    di portarsi addosso il peso di un odio tangibile, non che mi piaccia, ma così sarà finché la legge della
    banconota sarà indiscutibile. Quindi io mi sbatto per la salute del mio pezzettino che sommato a tutti gli
    altri dà risultato il mondo, rendo un posto migliore la mia vita e quella di chi mi sta accanto, quindi
    sarebbe già un buon punto se tutti facessero altrettanto. Ma nel frattempo devo pensare alle regole
    che mi hanno fatto imparare, a quella parte del codice da non tramandare, che dice di difendere ciò
    che è mio e che ti dice dopo vengano gli altri: prima io!
    Ti può sembrare una visione egoista e io eccessivo e negativo, ma non è un parere ciò che devo
    fare per non cadere. Io sono realista questo è il mondo dove vivo e se ne conosci un altro fammelo
    sapere."

     

    (di chi è stavolta però non ve lo dico..)