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28 September Lasciatemi essere me!
24 September Tornare a correre..
Sulla strada - "alla Kerouac" penso, e il pensiero mi scivola dietro insieme agli alberi, alla vista su Roma, ai sassolini dell'asfalto su cui con cadenza fissa battono i miei piedi.. i miei piedi.. - i miei piedi colpiscono il terreno con morbidezza, sento le vibrazioni che salgono, caviglia, gamba, ginocchio storto, coscia, sedere, il cuore che pompa, il torace che s'alza e s'abbassa; c'è un ritmo nel movimento delle mie labbra mentre inspiro - due tempi - ed espiro - altri due tempi che però sembrano più lunghi. Ha dell'incredibile il modo in cui corpo e mente lavorano come fossero davvero un'unica cosa - l'ho sempre sospettato - per incamerare esattamente la quantità d'ossigeno giusta, nessun respiro troppo profondo che impiegherebbe tempo e mi farebbe crollare a terra dopo pochi metri, abbastanza aria da ossigenare il sangue che gira, i muscoli tesi nello sforzo, i tessuti in movimento, il cervello preso nei suoi pensieri. Tutto, qualunque movimento, qualunque riflessione, occupa esattamente il tempo e lo spazio necessari, in completo accordo con il resto. Seguo la curva a destra e mi viene la parola: armonia. Penso a quant’è che non si correva e a come questo corpo si è buttato in pista senza troppa paura, quasi con la smania di mettersi alla prova, di vedere fin dove poteva arrivare dopo tanto tempo. Penso alla prima volta, quando quei 10 minuti mi sono costati sforzo, rigore, testardaggine, sudore, e fiato e cuore impazziti. Cade una goccia sulle nostre teste e so che i nostri pensieri sono uniti nella richiesta che regga almeno un altro po’.. e che è incredibilmente bello! Le parole hanno lasciato spazio a quelle pensate già da qualche minuto, siamo tese nello sforzo di farcela, di sentirci, di sentire. C’è un punto in cui hai la sensazione di non farcela più, il cuore batte forte, il respiro si spezza e non puoi che pensare che sia finita, allora recuperi tutta la tua forza di volontà, sperando sia abbastanza da dare ordine a quel caos che senti esplodere nelle viscere.. poi accade: il disordine risolve se stesso nell’ordine quieto, la regolarità a cui hai costretto piedi e polmoni prende il sopravvento, ti sembrava di aver perduto tutto e ti accorgi che l’unica cosa che resta indietro è la stanchezza. Tu invece continui ad andare avanti. Hai superato il limite. In ciò sta parte della bellezza, la parte migliore, forse. Continuo confronto con i tuoi limiti, continua messa alla prova delle tue capacità di spingerti oltre, continuo superamento di ciò che appariva insormontabile. E quando varchi il confine una scarica di adrenalina, una nuova energia, serenità, pace, pensieri antichi pensieri nuovi che sgorgano spontanei come l’acqua che esce dalla cannella di quella fontana – ho sete, sarà gelata – pensieri idee sensazioni. Poi arriverà il limite. Quello vero. E quello se hai imparato a sentire il tuo corpo lo riconosci. Tirare gli ultimi metri per arrivare a quattro, due curve che ormai sai a memoria, uno sguardo di intesa, tre parole con il fiato che resta e tornare a camminare, il petto esploso all’improvviso. La strada ti insegna a vedere i limiti, a riconoscere quelli che puoi superare da quelli per i quali non sei ancora pronto. Insegna a chiunque voglia mettersi alla prova ad oltrepassare i primi e a qualunque egocentrico a rispettare i secondi. La strada insegna anche che quello che è un limite oggi verrà superato domani. In discesa rallento – è importante mantenere sempre lo stesso ritmo – ma sento il fiato stanco e so che ci siamo quasi, anche i pensieri si rompono confusi tra sentimenti che assalgono in un istante – incertezza, paura, gioia, tristezza, allegria – le parole che li spiegano si perdono. A fianco ti sento con il ritmo di sempre che avanzi e capisco che devo resistere, devo credere – quant’è che non so credere? –. Voglio credere – per le cose in cui credevo e che ho perso -. Credo. Il disordine risolve se stesso nell’ordine quieto. Con addosso grinta e soddisfazione e un nuovo senso di serenità mi viene da pensare che risolvere la propria sfiducia nelle persone, nelle cose, nel mondo è difficile, occorre tempo, forza di volontà e su tutto il desiderio che ci sia qualcosa di migliore di quello che si è già avuto, che oltre il limite che si staglia di fronte a noi all’orizzonte possa esserci altro. Risolvere la propria diffidenza è cosa più complicata, forse perché vuol dire che si è sofferto davvero molto, forse perché in parte dietro c’è nascosta la pigrizia di poter dire esattamente com’è il mondo senza fare lo sforzo di andare a guardarlo, forse perché ciò che vedi dipende dalle lenti attraverso cui lo stai guardando. A metà dell’ultimo chilometro penso di avere voglia di tornare a credere.. in me.. negli altri.. penso ad una persona che questa voglia l’ha perduta e a cui non posso che augurare di riniziare a muoversi verso la sua direzione – che non è quella verso la quale va il mondo ma è quella che ha sempre sentito dentro e ha sempre vissuto, che gli ha portato delusioni ma vere e vera gioia anche se forse per tempi non abbastanza lunghi -. Gli ultimi metri sono per la persona che mi corre accanto, per le lunghe serene e dolci chiacchierate sul mondo e per quest’intesa perfetta senza parole che ci sprona ad arrivare ogni volta qualche metro qualche minuto più in là. Per la magia con cui questa strada che percorriamo insieme ci rende partecipi delle emozioni dell’altra, ci fa accelerare per superare la rabbia, rallentare per godere l’armonia, andare ancora avanti perché se non c’è gioia oggi possa esserci domani. Tiro gli ultimi metri per arrivare a quattro, due curve che ormai so a memoria, uno sguardo di intesa, tre parole con il fiato che resta e torno a camminare, il petto esploso all’improvviso. |
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